Excerpt for Oliver VII by , available in its entirety at Smashwords



OLIVER VII

by Adriano Olivari



Original : Szerb Antal VII_ Olivér

Translation:: Adriano Olivari

Published @ Smashwords

Copyright @ Adriano Olivari 2017





A Carlo Alberto R.

Budapest, 2017

















Sandoval, il pittore, discretamente abbandonò sé stessa la giovane coppia. Meglio, la parola " giovane" solo con una certa accortezza si può usare in questa occasione. La ballerina era tanto giovane, ufficialmente aveva diciassette anni, e in realtà non poteva averne molti di più, ma il conte Antas ne aveva di più sessanta di anni che meno.

Il caffè Chateau-Madrid, nella cui terrazza sedevano, così nella prima primavera era un luogo straordinariamente alla moda. Nel parco del Pavilon vicino alla città, costruito vicino a un piccolo lago, crescevano centenari, famosi platani. Poiché in questi anni prima della guerra mondiale simili caffè all’aperto erano ancora pochi ad Alturia, gli uomini certamente si sarebbero azzuffati per un posto a sedere, se il Chateau - Madrid non avesse ripagato profondamente con buona aria. Ma poiché il prezzo di un caffè era di tre talleri di Alturia, (più o meno 8 pengő), solo il mondo più nobile e il mondo di mezzo lo visitavano. Quel giorno, data la crescente crisi, non era pieno.

Davanti al conte Antas stavano impilati uno sugli altri dei piattini, segnalando le bevande consumate. Il conte in generale si ubriacava di sera - ma non essendo un uomo di principi rigorosi, fisso era che beveva già anche di pomeriggio. Anzi probabilmente la mattina pure aveva bevuto, ma chi sa quando aveva iniziato - perché comunque sarebbe stato più saggio, anziché presentarsi a una così tanto grande pubblico con questa piccola ballerina di così brutta fama. (Nel mondo della pace le donne avevano ancora una "fama".) Per fortuna un pergolato li copriva dai curiosi.

- Gazzella! - disse Antas da innamorato. La ballerina con un allegro sorriso confermò di aver ricevuto il complimento.

- Antilope! - rincarò il conte. Sentiva, che ancora un qualche animale sarebbe servito dire, ma non gli venne in mente altro, se non il pellicano.

In quell'istante Sandoval con volto sconvolto entrò nel pergolato.

- Signor conte!...

- Ragazzo mio - iniziò Antas con festosa voce nasale, perché non amava che lo disturbassero. Ma Sandoval si intromise:

- Signor conte, la magnifica signora. Viene là...con la dama di compagnia...

Antas improvvisamente mise il suo monocolo all'occhio e guardò intorno. Nessun dubbio. All'entrata ora faceva il suo ingresso sua moglie, lentamente e con fare stupefatto, come una fregata a vela del vecchio mondo.

- É la mia fine - balbettò Antas, e buttò la testa da un lato e dall’altro, come se un qualche inatteso aiuto arrivasse attraverso l’aria.

- Possiamo ancora scappare – bisbigliò Sandoval.- possiamo evadere attraverso la cucina, e velocemente dentro all’auto ...Venga, signor conte, velocemente...e cerchino di fare una faccia, come se fosse qualcun altro.- E il conto? - chiese dall’alto in basso il signore.

Sandoval buttò sul tavolo una banconota da cinquanta talleri.

- Andiamo, veloci.

Si affrettarono. Antas con la testa girata, qualche passo davanti al pergolato si scontrò con un cameriere, che rovesciò i vassoi che aveva in mano. Allo sferragliare del pentolame tutti si misero a guardare verso di là. Antas voleva chiedere scusa, ma Sandoval lo afferrò, e con incredibile velocità lo portò attraverso la cucina, fuori sulla strada, dentro nella macchina. La ballerina l’avevano lasciata da qualche parte.

- Non pensa, che mi abbia visto? - chiese Antas, come la porta si era chiusa dietro di loro.

- Purtroppo, è totalmente sicuro, che l’abbia vista. Quando vostra Magnificenza si è rovesciato sul cameriere, tutti quanti ci hanno guardato, la contessa pure, persino nella mia eccitazione ho potuto vedere, faceva anche un gesto con il suo ombrello da sole.

Antas si rovesciò sul posto a sedere.

- Fatto. Sono morto. – gemette.

Sandoval nel frattempo fece partire la macchina, e svoltò verso fuori sulla strada principale che portava verso la città. Il conducente si affidò alla sorte, non aveva avuto tempo di salire in macchina.

- Avrei una proposta- disse Sandoval, squarciando il trasognato silenzio.

- Sentiamo - bisbigliò Antas flebilmente.

- Se il signor conte stasera si incontra con la gloriosa signora, non vedo nulla buono. Ma il

tempo può aiutare in molte cose.

- Che vuole dire? –

- Per esempio, se il signor conte sparisse per qualche giorno, diciamo una settimana. Nel frattempo il primo nervoso della contessa passa, si spaventa ancora un po’, visto che non sa dove sia andato...mi servirebbe tempo di pensare a qualche storia, che predisponga la situazione in una luce migliore...

- Come dovrei sparire, bambinetto mio? Io, il Gran Ciambellano? Come lo immagina questo? Una personalità tanto ben conosciuta !

- Vero...vero, Lasci solo che ci pensi....Ci sono! Porto il signor conte in un castello di un mio amico, fuori, tra i monti Lidarini. Posto totalmente privo di traffico, pure il postino solo una volta a settimana ci va...Il mio amico, Trenmor, ora si trova all'estero, ma il personale mi conosce bene, e mi ubbidisce in ogni modo. Là poi si trova al sicuro il signor conte, nemmeno un uccello vola per di là. Inoltre se volesse, nemmeno riuscirebbe a venirne via, fin quando non vengo per questo con la macchina.

- Va bene bambinetto mio, mi porti dove vuole, solo che mia moglie non veda, soprattutto lei non veda me! Non si sposi mai!

L'auto girò, e si slanciò nella direzione opposta, fuori dalla città. Il conte Antas in poco tempo dormiva profondamente, e si svegliò solo nel castello. Qui Sandoval lo consegnò al personale, si congedò, e promise di venire da lui, una volta di aver visto, che la volta del cielo era più tranquilla del palazzo del conte. Antas sentitamente ringraziò l'aiutante, e Sandoval guidò di ritorno a Lara, la capitale di Alturia.

Rientrò a tarda sera. Nelle strade c'era meno gente che in altre circostanze, mentre vide molti soldati. Il temporale, che nel viaggio aveva raggiunto la sua auto, era passato, ma ancora veloci, scure nubi attraversavano il cielo.

- Anche il cielo - pensò Sandoval, con l’esperto occhio del pittore osservò solo per un istante le nubi. - Anche il cielo è allo stesso modo inquieto, Anche io sono inquieto. Tutto sommato non a tutti i pittori è stato concesso di prendere parte attiva alle grandi trasformazioni politiche. Forse solo Rubens...

Davanti a un grande, scuro palazzo massiccio frenò e saltò fuori dalla macchina. Società per Azioni del Commercio delle Botti - annunciava una scritta privo di gusto.

- Anche il caratteri delle insegne della società hanno necessità di urgenti riforme - pensò.

Premette un campanello.

Una piccola parte della grande porta si aprì. Qualcuno con prudenza guardò fuori.

- Sono arrivate le botti dalla Docasillades - disse Sandoval severamente.

- Prego venga al controllo doganale - rispose una voce, e Sandoval entrò.

- Buonasera, Partan.- disse al portiere, che indossava un cappotto di pelle e una cintura. - La diciotto?

- E' su nella stanza della bilancia.

Sandoval si affrettò sulla scala mal illuminata.Entrò per una porta, sulla quale era scritto su di una tabella nera in lettere d'oro: "Ragioneria". Nella stanza, sulle panche vicino ai muri, sedeva una decina di uomini, forme dai particolari vestiti, con tali facce, che l’uomo vede solo al momento di capovolgimenti di scena storici.

- Cosa e dove possono essere questi nella civiltà?- attraversò la mente di Sandoval. Sui vestiti della maggior parte di loro, strane gobbe celavano le mal nascoste pistole. Potevano aver già conosciuto Sandoval, perché con piglio indolente sgranarono gli occhi verso di lui. Vicino al tavolo che stava alla fine della stanza si alzò un giovane uomo, e si affrettò verso di lui.

- Davvero è arrivato, Sandoval, già tanto l'attendono. Vada dentro dritto.

Sandoval entrò nella stanza successiva.

In questa piccola stanza quasi non vi era altro, se non un telefono dalla forma strana. Una delle fermate della misteriosa linea. Vicino a lui sedevano e fumavano due uomini .

Uno, dal vestito nero, dagli occhiali d'oro, dal naso incredibilmente stretto il dottor Delorme conosceva bene, gli venne incontro. L’altro non lo conosceva. Era un uomo molto alto, rigido, dal volto intelligente. La sua chioma liscia insolitamente ad Alturia si attaccava pesantemente alla testa.

- Sandoval - Delorme presentò il pittore allo sconosciuto.

Quello sbatté le caviglie come un soldato, stese la mano, ma non disse il suo nome. Si portò più indietro a uno degli angoli della stanza mal illuminata.

- Quindi?- chiese Delorme.

- Ho dato cinquanta talleri in contanti - disse Sandoval - Ho pagato la consumazione al Chateau Madrid.

Assaporò quanto infastidisse Delorme che iniziasse con questo vile dettaglio.

Delorme vinse l'agitazione.

- Per favore, prego - allungò una banconota da cinquanta talleri. - E ora davvero, se fosse gentile da fare rapporto.-

- Non ci può sottrarre dalla cortesia - pensò Sandoval. L’uomo immaginerebbe totalmente altro per un selvaggio capopolo.

Poi fece rapporto degli eventi. Nel frattempo l'uomo sconosciuto si avvicinò, e fece intensamente attenzione.

- Perfetto, splendido - disse Delorme. Tale compito solo artisti potrebbero mettere in atto. Particolarmente mi piace che si a riuscito a pianificare tanto precisamente l'apparizione della contessa.

- E' stato molto semplice. Le ho scritto una lettera anonima, che se avesse voluto scoprire suo marito, di trovarsi alle sei al Chateau Madrid. Sapevo quanto sia gelosa.

Delorme si girò verso lo sconosciuto.

- I nostri uomini hanno occupato il castello, dove hanno portato Antas, truccati da personale. In caso di necessità bloccheranno Antas pure con la forza perché non ritorni. Ma non lo farà nemmeno. Ha molta più paura della moglie.

- Grazie, Sandoval - disse lo sconosciuto, e diede di nuovo la mano.

- Felicemente sto al servizio di un buon caso. Solo vorrei una ricompensa. Non amo essere uno strumento cieco. Se non c'è più strano ostacolo, mi farebbero capire perché è servito allontanare dalla capitale questo pio e stupido Antas?

- Perché? - rispose lo sconosciuto. - Perché è compito di Antas, come principale del palazzo, nominare il reggimento che il giorno dopo va di sorveglianza. Dato che Antas domani non sarà qui, devo nominare io il reggimento.

Sandoval guardò Delorme interrogativamente.

- Il signore, con cui parla, è il maggiore Mawiras-Tendal. Aiutante di campo di Sua Maestà.

Sandoval si inchinò, un po’ maldestramente, perché si era stupito tanto di ciò che aveva sentito. L'aiutante di campo di Sua Maestà e il suo buon amico pure sono nell'impresa? Quanto generale può essere l’insoddisfazione...

Questa insoddisfazione a lui di persona lo aveva appena toccato. Come pittore non capiva nulla di quelle domande di commercio, che generavano l’insoddisfazione. Il re stesso era un giovane uomo gentile e comprensivo, per Sandoval decisamente simpatico. Solo l'invidia della calma da piccolo borghese lo aveva portato al campo di Delorme. Il suo desiderio era l'azzardo, l’incertezza, il pericolo.

- E’ dopodomani – disse il generale, - dopodomani. Il dodicesimo reggimento vigila nel palazzo, quello è il reggimento, su ogni uomo del quale possiamo contare. Capisce, Sandoval?

- Quindi dopodomani?

- Dopodomani.

Il maggiore stese la mano e se ne andò, Sandoval per un po' guardò nella sua direzione.

- Quindi anche lui - chiese alla fine.

- Anzi soprattutto lui - disse Delorme.- Lui è l’uomo più interno del Capitano Senza Nome.

- Meraviglioso!

- Non dimentichi che di Mawiras-Tendal è il nipote del famoso eroe per la libertà, a cui è dedicata una via in ogni città di Alturia.

- Il sangue non diventa acqua.

- Così sembra. Talvolta anche le comuni verità provano la verità. Questa è la cosa più sorprendente nella vita.

- Per domani vi è un qualche suo ordine?

- Mio ordine? A lei vorrei chiedere solo un favore. Mi piacerebbe molto, se domani andasse ad Algarthe, dal principe. Lei tra i nostri uomini è l'unico, cui sia permesso andare da lui ora che sta sotto tanto stretto controllo. Di lei si sa che dipinge il suo ritratto, e poi soprattutto nessuno la prende seriamente. Perciò è tanto impagabile per noi.

- Nego l'impagabilità. Mi si potrebbe pagare....

- Lo so - rispose Delorme sorridendo.- e credo che fino ad ora non vi sia stato motivo di dolore. Per lo più pensavo all'impagabilità nel senso dell'onore. Ma quindi..Algarthe...- stancamente si accarezzò tutta la fronte. Si vedeva che metteva insieme i suoi pensieri con difficoltà .

- Mio Dio, quanto sono stanco, dopo la vittoria della rivoluzione per due settimane ritorno scrittore in sanatorio. Se solo non servisse che io sia Primo Ministro. Ma quindi, Algarthe...parli con il principe. Lei può a parlare con il principe. Cerchi di abbattere il suo spirito. Lo prepari agli eventi. Lo shock improvviso potrebbe portarlo via; è fragile in questa cosa, poi anche ci muore, e allora siamo al punto di partenza. E poi mi metta al corrente sullo stato del principe. E ora, Dio sei con Lei. Stasera arriveranno ancora un sacco di rapporti. Dai marinai, dalle università, dalle compagnie di produttori di vino. dai mercati generali...Teniamo l'intera Alturia in mano nostra. Dio sia con lei. Per favore, non dica la parola d'ordine, e poi possiamo tralasciare anche la stretta di mano segreta. Sono stanco.

Ad Alturia la situazione era la seguente. Il predecessore dell’attuale regnante Oliver VII, Simone II, era stato un re eccezionale, e il Paese sospirava sempre questo. Alle basi moderne aveva dismesso la propria divisa dell’esercito, l’insegnamento della scuola elementare, aveva introdotto il telefono e i servizi igienici di strada E moltissimo altro...La sua proficua attività aveva giovato molto alle casse del Paese, Il popolo di Alturia in maniera particolare anche era di natura sonnolenta, sognante e poetica, questo lo sanno tutti dai libri di geografia.

Dal padre, Oliver VII, oltre al trono, aveva ereditato un disastrato rapporto con la finanza. Il re stesso pure di sangue alturiano, di natura sognante, non era adatto a tenere in ordine i conti, e come si vede, era tanto sfortunato nello scegliere i consiglieri, perché quelli, anche se si erano arricchiti, ma l’erario statale era divenuto sempre più povero. Il Ministro delle Finanze talvolta era stato costretto non solo a ricorrere a espedienti che si possono definire comici, per poter pagare all’inizio gli ufficiali statali; molto tempo addietro per esempio aveva pagato, in soldi di rame, l’intero debito degli ufficiali con il pedaggio del ponte delle catene di Lara. Malelingue dicevano che i suoi uomini mascherati perpetravano un'intrusione contro le blindate segrete della filiale di Lara della Barclay’s Bank.

E Pritanez, il Ministro delle Finanze, aveva accettato quel grandioso piano di ossigenazione, che aveva permesso la non realIzzazione dell’insurrezione.

Per il popolo di Alturia il vino e le sardine erano quasi l’unica fonte di sostentamento. Il famoso vino rosso di Alturia, che estati e giorni meridionali avevano nobilitato e conserva bevibili ricordi, e la famosa sardina di Alturia, questo piccino, ma tanto simpatico animale. Nell’olio o eventualmente in pomodoro, conforto di girovaghi e celibi.

La maggior parte dei compratori del vino e delle sardine di Alturia da decine d'anni erano i ricchi cittadini di Norlandia, sotto la cui rigida temperatura l’uva non produceva, e pure le sardine evitavano le rive fredde.

Quando le finanze dello Stato cominciarono a mostrare i segni di una preoccupante atrofia, nei primi anni del regno di Oliver VII, un bel giorno Coltor cercò Pritanez, il Ministro delle Finanze. Coltor era il più grande finanziere di Norlandia. Raccontarono leggende di incredibili fondi, e pure di quali meravigliose cose era riuscito a comprare e a vendere. Coltor non comprava miniere, fabbriche, terre e giornali, come gli altri grandi finanzieri, ma sempre cose con le quali costruire nuove opere. Per esempio aveva comprato per Norlandia e per gli Stati vicini una certa quantità di mezzo paio di scarpe, alle quali per qualche motivo mancava l’altra scarpa, e con qualche splendido trucco tecnico faceva da quelle buone per la destra le sinistre, da quelle buone per la sinistra le destre, fino a quando non vi era per tutte le scarpe la propria coppia, allora le vendeva. Lui fu quello che introdusse muri di casa fatti di cipolla, il bollitore azionato da formiche, e colui che riusciva a ottenere olio nutriente dalla nebbia di Norlandia. Non vi erano numeri seriali per le invenzioni, che lui sfornava e sfruttava commercialmente.

Mentre comprava e vendeva tutto, sosteneva la sua idea di comprare un Paese. Aveva consigliato Pritanez di comprare tutta la produzione di vino e sardine di Alturia; in compenso invece si impegnava a mettere a posto le dissestate finanze di Alturia. Gli Altuirani allo stesso modo erano uomini dallo spirito poetico, per i quali trattare il denaro vero era solo causa di pensiero e delusione - lui si apprestava a levare questo peso dalle spalle del Paese.

Pritanez con la più grande animosità aveva abbracciato il piano, a maggior ragione perché Coltor per l’occasione di firmare il contratto aveva messo sul piatto una tale ricompensa, che un Ministro delle Finanze di un povero Paese ancora non aveva potuto sognare per se’ stesso, se dispone della risolutezza di Cesare Borgia - cosa che comunque non mise in atto; era un uomo prudente, grasso, in un continuo terrore.

Il prezzo di adeguate promesse riuscirono a convincere pure i colleghi del Ministro. Ma era rimasta ancora indietro la cosa più importante, il consenso del re. Re Oliver VII sulle prime con energie per lui inusuali si era opposto al piano. Non voleva nemmeno sentirne parlare di dare il Paese a stranieri, si infervorava profondamente se Pritanez osava anche solo ricordare il piano. Pritanez quasi quasi vedeva la meravigliosa pensata fallire nella tigna del giovane e inesperto regnante.

Coltor nel frattempo elaborava il piano più dettagliatamente. Come se proprio non vi fosse alcun problema dalla parte alturiese. Riuscì a sollecitare anche l’interesse dei circoli politici di Norlandia, dove sulle prime aveva trovato la riflessione leggermente fiera, ma lentamente erano divenuti sempre più entusiasti verso di esso. Alla fine la politica di Norlandia abbracciò il piano, e ora era già sulla strada dell’ambasciatore, il barone Birker, tentava di vincere la resistenza di re Oliver VII. Il logico ragionamento di Biker alla fine vinse, come sembra, riconoscendo il re che per il bene del Paese non vi era altra salvezza dal caos finanziario, e alla fine si indirizzò verso la firma del piano pro-Coltor.

La politica di Norlandia allora pensò che sarebbe servita pure qualche garanzia sul fatto che il regnante nel tempo non avrebbe cambiato decisione, e avrebbe continuato anche a essere fedele e rispettoso del patto. Questa cosa la vedevano maggiormente garantita, se legami più caldi avessero legato il re di Alturia alla casa regnante, poiché i Norlandiani in generale credono molto nella vita famigliare. Suggerirono quindi, che re Oliver prendesse in moglie la principessa Ortrude, la figlia del re di Norlandia.

Oliver non aveva nessun motivo contro questo, conosceva la principessa Ortrude da quando era bambino, qualche volta avevano giocato insieme nella polvere del giardino del palazzo imperiale. Ortrude era una bella, giovane e tanto raffinata principessa, e avevano sempre vissuto in buona amicizia.

Le difficoltà cominciarono a venire a galla, quando in Alturia diedero notizia ai cittadini, che di lì a non molto avrebbero ricevuto una regina nella persona di Ortrude. Le siffatte occasioni dinastiche famigliari gli Alturiani in generale le avevano tanto sacre, proprio come altri cittadini, e la politica di Alturia stavolta prese in considerazione con generale trasporto. Ma questo non accadde. La stampa si mise a dire che ancora non vi era stato esempio nella storia di Alturia, che il re cattolico del Paese prendesse una donna protestante. Poi, com'è come non è, ogni sorta di sciocco rumore entrò in circolazione sul fatto che i membri maschi della famiglia del reale di Norlandia per più di cento anni tornando indietro erano stati in qualche modo beoni, fedifraghi o tonti. Alcuni quotidiani con piacere scrivevano articoli per far conoscere anche come Eustachio IV re di Norlandia avesse rubato la più piccola corona, per portarla a un banco dei pegni presso un greco, o come Simiske principe di Norlandia cadde da ubriaco in una botte di acqua piovana.

E poi un giorno accadde il grande scandalo. La stampa contraria apprese l’intero piano Coltor, e lo rese pubblico accompagnato da un ragionevole commento indignato. Il compito era tanto più tetro che oltre al re e ai ministri nessuno al mondo sapeva del piano, e a loro in verità non interessava che venisse attuato prima del tempo. A partire da questo i ministri si guardavano sempre più l’un l’altro con ancora maggior sospetto che fino ad allora, chiudendo il bottone del portafoglio mentre entravano a consiglio col Ministro, e a casa bruciavano i libri di cassa. Ma anche se indagavano, non riuscivano a capire chi di loro fosse stato il traditore.

Allora iniziò il ruolo del violento dottor Delorme. In fulminanti articoli di fondo riversava ogni giorno lava contro il piano che vendeva la Patria, che portava in sé la totale distruzione di Alturia. Quasi incapibile, come tanta lava vi potesse essere in un uomo. E il popolo di Alturia con crescente abilità si mangiava la lava quotidiana, lava che i fogli gli impiattava. La politica fece uno - due maldestri tentativi per zittire la stampa, ma in quel vecchio mondo la tecnica per far star zitta la stampa era ancora straordinariamente primordiale.

La persona del giovane regnante divenne progressivamente meno popolare. Se usciva in pubblico, lo accoglievano sguardi cupi e maligni, sebbene prima gli Alturiani per bene prima di questo sempre con occhi lacrimevoli si meravigliavano quanto fosse giovane e già re. Ritirarono giù dai muri delle osterie le stampe ad olio che riproducevano il re e non si vendevano più il sapone per neonati decorato con l’immagine del re, il sidro e la scatola da viaggio, sebbene gli stupiti commercianti avessero promesso pure la riduzione dei prezzi. Il popolo di Alturia, come i tipi delle campagne meridionali in generale, amava dare corpo alle sue visioni politiche in frasi scritte sui muri.

Ora al posto delle scritte “ Viva il re!” e “Oliver il nostro splendore!” che finora si potevano vedere in ogni dove, si sarebbe potuto vederne di simili: “Vendono agli stranieri!”, “ Morte a Coltor!”, “Chiediamo libera sardina!”

Le organizzazioni sotterranee fomentavano sempre più l’insoddisfazione. Gli Alturiani, sebbene di sottomessa e sognante natura, erano tutti cospiratori nati. La voglia sportiva da secoli li aveva portati in quella direzione là. I cospiratori saltavano fuori da qualunque strato della società, come anche nel precedente capitolo si è potuto vedere. Secondo l’antica tradizione della cospirazione alturiana giuravano fedeltà all’insoddisfatto Capitano Senza Nome. Vi erano stati quelli che avevano pensato che il Capitano Senza Nome fosse solo una mitica idea, come altri, la maggior parte, che assicuravano che il Capitano senza Nome fosse una figura vivente, e nel momento decisivo si sarebbe palesato.

L’obiettivo dichiarato dei cospiratori era quello di costringere alle dimissioni Oliver VII, e che fosse preso al suo posto suo zio, Geronte, il principe di Algarthe. Da questi Sandoval doveva recarsi il giorno successivo.

La strada di un’ora di taxi da Lara ad Algarthe venne a costare molto, ma Sandoval mise in conto anche questo come spesa al Comitato per la Rivoluzione. Nell’importante impresa cospirativa non si puó viaggiare in ferrovia urbana.

A una decina di minuti dal castello di Algarthe fermarono la sua macchina.

- Perdono, controllo doganale - disse l’ufficiale militare, che era di presenza molto più nobile, per quanto Sandoval credesse che si sarebbe trattato solo di semplice scomodità doganale. Non lo esaminarono nemmeno, di contro rivolsero le proprie domande al suo nome e allo scopo del suo viaggio. Quando dichiarò chi fosse e che stava dipingendo il quadro del principe di Algarthe, l’ufficiale lo salutò educatamente e gli permise di passare.

Il taxi entrò nel parco, e salì al largo, giallo ingresso per le macchine. Due vistosamente vecchi valletti si sbrigarono verso la macchina, aprirono l’auto, e zuccherosamente salutarono Sandoval.

- Sua Maestà avrà molto piacere- assicurarono.- Nell'ultimo periodo comunque così pochi vengono qui...

Sandoval attraversò gli ingressi, dove sui muri vi erano gigantesche pitture storiche della metà del secolo scorso in maniera un po' pretenziosa. Il principe era sostenitore di piccole e delicati compiti, aveva relegato queste ereditate immagini nei vestiboli. Nella seconda stanza stavano sculture in creta, nella terza armadi pieni di cammei - nella quarta la famosa collezione di chiavi del principe, tutte in ordine esemplare.

Poi su una scala interna si affrettò alla stanza personale del principe. In una stanza ingombra di acquerelli giapponesi uno straordinario vecchio cameriere lo accolse, e fece spazio.

Dopo non molto arrivò il principe Geronte, sostenuto dalla figlia. Il successore al trono aveva settantacinque anni, rispetto alla sua età in uno stato leggermente scalcinato. Portava occhiali molto spessi, sondava davanti a lui con la mano mentre camminava, la sua parlata era leggermente come un belato, ma d'altra parte era prepotente, e intelligente. Rispetto a lui, vi era più vita in sua figlia, la principessa Clodia. La principessa aveva intorno ai trent’anni, donna energica, dura, dalle linee leggermente severe. Ma come zia, doveva essere tremenda - pensò Sandoval.

- Oh, Sandoval - gridò la principessa -, ma dunque la lasciano ancora passare attraverso il cordone? Come fa? Credevo che, per così dire, completamente ci hanno tagliato fuori dal mondo. Aprono le lettere, intercettano le chiamate telefoniche....

- Non dimentichi, Maestà, che è la figlia di un successore al trono. Gratis non fanno queste cose.

- Ha portato qualche notizia dal comitato?

- Sì, sono qui nella mia tasca.

Passò una spessa busta.

- Grazie, Sandoval. Salgo in camera mia e le leggo. Lei fino ad allora intrattenga mio padre.

Il principe dopo lunga ricerca estrasse dalla tasca un mitsuke giapponese: una levigata sfera di pietra, con il quale i giapponesi chiudono sulla spalla il loro kimono .

- Splendido - disse - XV. Secolo.

A lungo chiacchierarono sui mitsuke e altre cose giapponesi. Il principe con i suoi incerti passi di continuo ad altra e poi ad altra stanza guidava, tirando fuori e indicando i suoi tesori. Sandoval tentava prudentemente di portare il discorso agli eventi attesi per il giorno dopo, ma il principe se solo da lontano sentiva questo tema, si arrabbiava.

- Sempre queste stupide successioni al trono - grugnì. - tanto non se ne farà nulla, sono tranquillo. Anche già al tempo del mio morto fratello, Simone, un tre volte sono stato successore al trono.. o solo due volte?...e non se n'è mai fatto nulla, Meglio, meglio.

Una mezz’ora o più passò così, e nel principe si vedevano i segni della stanchezza. La principessa Clodia e i camerieri dopo non molto arrivarono per lui, e lo misero su un divano.

Clodia e Sandoval passarono in un’altra stanza.

- Gli interessano solo le sue collezioni- si lamentò la principessa.- ma è sempre stato così. Ha speso tutte le sue sostanze per le sue collezione, e ha fatto tante donazioni, che anche se sarà re per davvero, anche allora nemmeno potrà pagarlo, Na, nessun problema. Per fortuna ci sono io qui. Non ho più particolare opinione su me stessa, ma a tanto pure io so guidare questo Paese, come il mio stupido cugino, Oliver. Già quando era bambina anche allora era completamente inutile. Scriveva versi…

- Principessa, i popoli allora sono felici, quando una donna regna sopra di loro. Perché le donne influenzano i regnanti, sono uomini contro le donne.

Clodia per un istante corrugò la fronte a causa della incommensurabile imprudenza di Sandoval, poi sorrise. Le vennero in mente le grandi menti, le cui biografie tanto aveva studiato: Elisabetta d’Inghilterra e Caterina la grande zarina russa. Sandoval aveva ragione.

- Bisognerebbe scuotere il principe dalla sua indifferenza - disse Sandoval. - Alla fine domani sarà un grande giorno, per lo meno temporaneamente bisognerebbe tirar fuori un po' di entusiasmo e di zelo. Dopodomani a quest’ora, se è vero, sarà re di Alturia, e ancora non permette che se ne parli prima.

- Sì, ha ragione. Con l’indifferenza può peggiorare moltissimo, se una volta si trova davanti alle proprie responsabilità. E forse ancora anche complotta anche contro lotta. il Capitano senza Nome.

- Il Capitano senza Nome? Ma anche la principessa crede nella sua esistenza?

- Come no. E nemmeno so, cosa ne pensa lei stesso. Ma cosa immagina, chi darebbe i soldi per il movimento? Non crede che siamo noi, da Algarthe? Crede che nemmeno il nostro ferro...

- Vero, vero, Ma quindi chi può essere il Capitano Senza Nome? Chi ha soldi in Alturia? E come può essere che Sua Altezza non sappia?

- Invece è così. Nemmeno io lo so. Pensavo già a qualche particolare potere e interessamento straniero, ma nemmeno uno è probabile. Non riesco proprio a immaginare, chi abbia ’interesse di salire al trono di mio padre. Delorme dice che il Capitano senza Nome apparirà nel momento dell’azione. E quindi domani poi vedremo. Fino ad allora pure bisognerebbe parlare con il principe. Faccio ancora un ultimo tentativo. Sua Altezza pensa che si sia riposato?

- Credo di sì. Andiamo da lui.

Il principe davvero era tornato in sé. Con grande piacere salutò Sandoval, perché nel frattempo aveva dimenticano che si erano incontrati prima.

- Che novità, Sandoval? Vuole vedere qualcosa di bello?. Di nuovo estrasse il mitsuke.- Bello vero? XV secolo.

Sandoval si meravigliò del mitsuke a sufficienza, poi disse questo:

- Anch’io ho portato qualcosa di bello.

- Cos’è? Un suo dipinto? – chiese il principe dubitativamente, quando Sandoval estrasse un rotolo lunghetto.

- No. E’ qui. Le piace questa acquaforte?

Il principe sulle prime ancora guardava incredulo, poi la sua faccia illuminò, e con sempre maggiore godimento si immerse nello studio dell’immagine.

- Ma credo si tratti di Piranesi! Perché non lo ha detto subito? Che bello! Il migliore dalla sua epoca! Da dove diavole è venuto in suo possesso? Se è in vendita, lo compro subito.

- Ma padre mio.- si intromise la principessa Clodia fulmineamente, - credo tu sappia... Lui stesso, Sandoval, a che pro salta a queste cose?

- Non è in vendita - si affrettò Sandoval a calmare gli spiriti. – E’ della Pinacoteca Nazionale di Lara. Il direttore è un buon amico mio, e in segreto me lo ha dato in prestito.

- A me non lo darebbe in prestito? O in regalo?- chiese il principe, e il suo volto divenne quello di un bambino desideroso.- Avrei sempre desiderato avere un simile Piranesi. Solo un simile Piranesi, e niente altro.

- Purtroppo, al direttore non è consentito regalare i tesori della Pinacoteca. Quello lo può fare solo un ordine superiore.

- All’ inferno. Sappia bene, che io non ordine niente a nessuno in questo Paese. Porti via l’immagine, porti via.

Vendicativamente si girò al muro.

- Ma mio signore, Altezza, iniziando da domani…

- Cosa c’è a partire da domani? E’ impazzito?

- Mia Maestà, non dimentichi che le in brevissimo tempo sarà il più alto signore in Alturia e il comando sarà suo.

- Sì, lo so. Molte volte ho già sentito questo, e se una volta un piccolo schifo di immagine Ostade volevo comprare, è scoppiato lo scandalo...

- Ma se sua Altezza fosse il re di Alturia, allora completamente diversa sarebbe la situazione.

- Come come? Così lei così conosce Alturia da sapere che il suo re ha i soldi per il quadro? Solo la sua stessa immagine c’è sui soldi. O allora le ricevo gratis?

- Sua Altezza facilmente evita il Ministro del culto, di far portare questo quadro dalla Pinacoteca al palazzo reale o qui ad Algarthe.

- Davvero? E’ possibile fare questo? Vede a questo non avevo mai pensato.

Fece una smorfia.

- Così è davvero completamente altro.- Disse dopo un po’ in maniera fresca, quasi giovanilmente. - Così il tutto ha completamente un altro significato. Perché non ha iniziato subito? Ma dove sono quei rivoluzionari? Vediamo, vediamo. Voglio fatti, non vuote parole! Clodia, spero, tu abbia fatto tutto il necessario. Il Piranesi naturalmente lo tengo qua.

Afferrò l’immagine dalla mano di Sandoval, e con sorprendente velocità sparì nella vicina stanza.

- Questa è stata una grande idea - disse Clodia.- Solo che non se ne dimentichi fino a domani.

- Principessa, Le consegno il catalogo del Museo Nazionale di Lara. La prego di esaminarlo. Se al principe piacesse vedere,,, gli dica solo una-due voci: Fouquet...Boltraffio. E un vero Van Eyck!

Non molto più tardi partì dal castello. Nel taxi affondò in dolci utopie.

Il calendario inesorabilmente seguì l'abituale andamento, e il giorno dopo davvero fu l’8 di Aprile. Sandoval la mattina si presentò al comitato della rivoluzione nel palazzo della società per Azioni per il Commercio delle Botti, e controllò, che per ogni piano andasse precisamente con soddisfazione fino alla fine. Nelle ore dell’alba sulla ferrovia, a piedi, sui carri e sugli autobus del comitato noleggiati a questo fine giunse nella capitale una gran folla insoddisfatta di pescatori e proprietari di vigne, mettono questi in garage, cantine e solai, perché non si rendessero conto della loro presenza conto, fin quando non fosse giunta l’ora dell’azione. Nel palazzo invece davvero il dodicesimo reggimento aveva completato il servizio.

Anche le strade riversavano inusuali immagini. La decorazione sventolante creava il tono festoso, decorazione che avevano innalzato per il matrimonio regale fissato per il giorno dopo. In ogni dove scritte, corone, e scudi benedicevano Oliver VII e la sua sposa, la principessa Ortrude. Sandoval aveva una strana, stranamente perversa sensazione, che quest’aria di festa, che apparentemente celebrava re Oliver VII re, in realtà preparava la perdita del trono. Quando sul Grande Centro Commerciale Westros il re e la regina videro il gigantesco ritratto, principalmente assemblato con rimasugli di seta e stoffa, l’attraversò un brivido che il finale fosse davvero ironico. Comunque molti negozi non aprirono - ufficialmente per la festa che si avvicinava, in realtà perché ci si preoccupava per le vetrine e i depositi negli eventi che si stavano avvicinando.

Il pomeriggio del memorabile giorno si raccolse nel palazzo reale un Consiglio dei Ministri di grande importanza. Giunse il momento che sottoscrivessero la grande opera del Ministro delle Finanze Pritanez, il contratto Coltor.

I ministri per un tempo più lungo sedettero insieme, e su tutto tennero consiglio prima dell’arrivo del re. Il ministro dell’Interno era pieno di preoccupazioni, perché gli erano arrivati i rapporti riguardanti la notevole turbolenza nel Paese. Il Primo Ministro era ottimista:

- Allo stesso modo, non dimentichi che siamo ad Alturia. Qui sempre congiurano, e alla fine tutto rimane come prima. Pensi a quando a testa in giù appesero per le gambe re Biagio II, o Sfortunato,. Poi di nuovo lo tolsero, e pure gloriosamente regnò avanti.



Allora entrò nella stanza re Oliver VII, al seguito del suo aiutante di campo, maggiore Mawiras-Tendal. Il re, a rigor di termine eroe della nostra storia, ventiquattrenne, giovane uomo dal bello e sognante aspetto, naturalmente impressione sveglierebbe in qualunque campo sportivo o luogo di divertimento, o perfino anche in una stanza di biblioteca comoda e decorata con quadri, perché la sua fronte finemente formata rivelava un’intelligenza non comune, ma qui, lo si vedeva. tra statisti dalla faccia per lo più leggermente distorta in qualche modo non di quelle parti. La divisa che porta di molto accresce la stortura delle presenze. Questa è una divisa da maresciallo: straordinariamente decorata, rigida, cappotto di vecchia moda, con alti gradi, a vista d’occhio disturba ogni movimento del re, di sicuro lascia il segno nei suoi pensieri. Continuamente si lamenta pure che deve camminare in quell’abito: „ Non mi sento - è solito dire - come chi si sieda su un cactus, ma come io stesso fossi un cactus.” Ma la divisa secondo le tradizioni nazionali non può togliere. Il re di Alturia ha sempre camminato in divisa da maresciallo completa, da quando questa scomodità colpì un loro avo, Filippo II, o Dal Mezzo Orecchio, che i suoi nemici proprio allora gli si rivoltarono contro quando in camicia da notte girovagava nei corridoi del palazzo.

Il re salutò in fila i suoi ministri, poi a consiglio riservato ritornò con il Primo Ministro e il Ministero degli Interni.

- Mio signore Altezza- disse il Primo Ministro -, è compito molto spiacevole, e riteniamo audace, ma dobbiamo pensare che l ’aiutante di campo di Sua Maestà, il maggiore Mawiras-Tendal non è quell’uomo che è meritevole di fiducioso rispetto accanto a Sua Maestà in questi importanti momenti.

- Mawiras-Tendal non sarebbe valido? Davvero abbiamo obiezioni contro Mawiras-Tendal? eccezionale soldato, e per di più migliore amico.

- Altezza- disse il Ministro degli Interni -, dai segreti rapporti sappiamo molto bene le vedute politiche del maggiore. E’ in contatto con il leader della stampa di opposizione, in più forse con lo stesso sanguinario Delorme. Tiene costante carteggio con gli emigranti che vivono all’estero. E oltre a ciò è nipote dell'eroe nazionale, dal quale non ha potuto ereditare altro se non idee sovversive.

- Il momento sarebbe molto utile, che lo si allontani. – disse il Ministro degli Interni.- Si sono svuotate le sedie dei direttori delle statali miniere di mercurio, povero Colowar l’altro ieri è morto di intossicazione.

- Avvelenamento da mercurio? – chiese il re trasecolando.

- No, avvelenamento da alcool. Mawiras-Tendal sarebbe eccezionalmente utile, per risolvere questa situazione.

- Miei cari signori, di questo ora non si può nemmeno, come potete pensarlo? Credo sappiate, che da tutti per lo più sono disposti a disfarmi, che del vecchio Milán, che per la persona è il mio migliore e più sincero amico. Ma se così vogliono, domani o dopodomani parliamo della cosa.

- Perché allora? – chiese meravigliandosi il Primo Ministro.

- Fino ad allora cambia molto. Ma ora per il momento portiamo a termine i nostri obblighi. Se così piace, ne saremo oltre, ingoiamo la pillola amara, e firmiamo il famoso contratto.



Tutti quanti occuparono il posto assegnato vicino a un grande, rotondo tavolo. Il Ministro delle Finanze ancora una volta il significato del contratto, gli altri con annoiata inquietudine stavano in silenzio, aspettando il momento finale della firma. Metteva inquietudine, che tutti sapevano, il rispetto e la fittizia passività del re copre un’incognita, una cosa senza riferimenti, quindi un carattere non sempre prevedibile. Può essere che ancora all’ultimo istante ci ripensasse.

Ma non accadde questo.

Dopo l’ascolto delle esposizioni il re con la voce più naturale chiese:

- Quindi tutti lor signori vedono che per la salvezza del Paese non vi è altro modo se non che accettiamo questo orribile, umiliante contratto?

- E’ così – rispose il Primo Ministro,. Se Sua Maestà non firma il contratto, e non riceviamo l’anticipo dal Coltor, già questa settimana possiamo liquidare la Cassa Statale e l’addetto alla Cassa. Questa è la fredda realtà.

- I signori si preparano a prendere con me lo iodio, con il quale avviene che...come potrei dire elegantemente...quindi come sapete a cosa penso.

- Tutti abbiamo resistito a fianco di Sua Altezza fino all’ultima goccia del nostro sangue.- disse il Primo Ministro.

- Abbiamo dato via tutto.- Disse il Ministro dell’Interno-, Fino all’ultima goccia di vino e all’ultimo filo di sardine.

- In questo non ho dubbi. Quindi allora io nemmeno posso esitare. Nella storia reciterò, come colui al quale nessuno sacrificio è stato troppo. Per favore, datemi qui quel foglio, che io firmi.

Tutti quanti con emozione guardavano, come il re molto lentamente scrisse il suo nome in calce, e poi ancora ancora per un attimo ammirava le lettere.

- Allora non vi è altro che i signori ratifichino il contratto e lo sottopongano all’altro contraente. Con questo chiudo il consiglio del Re, e insieme prendo congedo dai signori, perché già prima che faccia buio voglio provare la mia nuova auto, che ieri è giunta da Parigi. Arrivederci.

- Mia Maestá....- iniziò il Primo Ministro agitandosi.

- Si?

- Permetta ai suoi preoccupati fedeli una molto rispettosa domanda. Anche Lei sa bene che il popolo attende la firma del contratto con febbrile agitazione . Purtroppo, la stampa contraria ha sobillato gli spirti. Per la sicurezza di sua Maestà e della tranquillità pubblica ugualmente sembra consigliabile che Sua Maestà per poco tempo non lasci il palazzo. Per lo meno fino al matrimonio. La bella cerimonia poi calmerà il popolo.

Il re maledicendo batté sul tavolo.

- Questo poi è spaventoso. Già da due settimane mi tengono rinchiuso. Non posso andare a giocare a golf, perché la strada passa vicino ai baraccati. Non posso andare a teatro, perché la penombra è particolarmente propizia per compiere attentati. Non posso cenare al Palace, perché il capo-cuoco è di sentimenti repubblicano. No posso passeggiare sul Monte Lilio, non posso sdraiarmi sotto un melo a leggere Dante. Per non parlare della maledetta divisa da maresciallo... Sono escluso da tutti i piaceri vita, piaceri a cui ogni abitante di Alturia può prendere parte. Tutti giocano a golf, e vano in auto, solo io no. Ma chi sono io?

Il Primo Ministro si alzò, si inchinò, e disse questo:

- Re!

Il re si fece serio, e sospirò silenziosamente.

- Sì.

- Sua Maestà ricorda bene. Disse il Primo Ministro, il bel verso del nostro poeta nazionale, Montanhagol: l’obbligo non è un letto di rose.

- Ma bene. Al cospetto del letto di rose, anche stasera resto a casa. Ma ora davvero mi congedo dai Signori. La mia signora già mi aspetta.

I ministri tra cerimoniosi inchini uscirono. Pritanez si affrettò immediatamente al Palace Hotel, dove delegati di Coltor attendevano con trepidazione la notizia, se il re avesse firmato o meno il contratto. La buona notizia illuminò i Norlandesi dal sangue freddo. Scambiarono calde strette di mano co Pritanez, e si accordarono, che la sera con una cena allo champagne avrebbero festeggiato il fortunato evento. Poi avrebbero definito gli ultimi dettagli del pagamento anticipato.

Pritanez felicemente si allontanò dall’hotel. Il grande piano della sua vita era riuscito, ed era divenuto un uomo ricco. Estatica buona sensazione lo riempiva. Tutto era così bello in questo mondo: le carrozze che portavano in macchina le signore sotto le palme del viale Montanhagol, i piccoli caffè con davanti a loro sfaccendati seduti e le nuvole nel cielo. - Pritanez ora per la prima volta nella sua vita fece attenzione alle nuvole.

In quell’istante una qualche massa gli si incollò in faccia. Qualcosa di marrone, umido, e soprattutto materiale putrido. La riconobbe dall’odore. Qualcosa, che i cavalli sono soliti lasciare dietro di loro nelle strade del tranquillo mondo.

Un urlo seguì al tiro al bersaglio, come un tuono segue il lampo. Poi un uovo marcio volò a lui, una cipolla, poi qualche oggetto. Pritanez sbatteva la testa qui e là davanti alla sua impopolarità. Nel frattempo gli uomini con truculento portamento si avvicinarono verso di lui. Gli rimaneva appena il tempo di saltare in macchina.

Si affrettò al suo appartamento, disgustato da sé stesso, dai suoi vestiti, che avevano immagazzinato ogni goccia dei suoi liquidi, in un particolare miscuglio. Il suo appartamento distava solo un paio di passettini dal Palace Hotel.

Ma come svoltarono sulla strada, dove abita, il conducente improvvisamente frenò.

- Guardi là, mio pietoso signore!

Davanti alla casa già una gran folla attendeva, sbracciandosi con piccole bandiere e urlando. Di sicuro anche questi erano forniti a sufficienza di propri moventi. Pritanez rabbrividì.

Il conducente non attese indicazione, velocemente girò, e solo tre angoli più in là chiese a Pritanez dove realmente stesso andando.

- Al palazzo del re - disse Pritanez.

Lentamente fece buio. Sulla strada grandi masse andavano e venivano., facce, che mai prima si sarebbe potuto vedere nelle strade della capitale. I detective disperandosi si erano persi nel tumulto.

Nel generale formicolare nessuno si rese conto di quei venti sobillatori che all’unisono, su strade diverse cercavano di raggiungere il palazzo. Il palazzo aveva una entrata per il personale, che si apriva su una parte abbandonata della riva del fiume. Qui erano soliti entrare di mattina nel palazzo i fornitori. Quella sera i sobillatori qui penetrarono.

Non dovettero penetrare con la forza. Bussarono, dissero la parola d’ordine per quel giorno: Idi di Marzo. La porta si aprì, un tenente pesantemente armato del dodicesimo reggimento uno per volta li ammise. Non era davvero il 15 di Marzo, ma l’8, ma la paurosa paro a d’ordine a quella grande cospirazione faceva riferimento, che nelle idi di Marzo ovvero il il quindici pose fine al regno e alla vita di Giulio Cesare.

Un soldato attraverso i corridoi bui a un luogo sotterraneo guidò i cospiratori. Qui si raccolsero. Un sergente nella camera già aspettava e li contò. Quando furono tutti e venti, si affrettò fuori dalla stanza.

Anche Sandoval e Delorme erano tra i cospiratori, Sandoval conosceva la maggior parte di loro, chi di persona, chi di vista. Vi era tra di loro qualche sbrigativo, selvaggio figuro: un consegna giornali famoso per la sua forza e un cameriere dalla faccia molto cattiva - ma la maggior parte di loro non era eccessivamente marziale, la marzialità non rientra nelle linee caratteriale degli Alturiani. Sandoval vide nella compagnia più di qualcuno dei suoi amici intellettuali: un avvocato, un medico, uno scrittore.

Improvvisamente lo prese una cattiva sensazione. Gli venne in mente che in realtà non aveva ricevuto alcuna istruzione su cosa dovesse fare se fossero entrati nel palazzo. Delorme aveva detto che poi là si sarebbe visto. Sandoval comunque aveva portato con sé un revolver.

- Se la cosa ci si rivolge contro - aveva pensato -. Mi sparo alla testa. Altrimenti nemmeno non mi sparo alla testa, Che ne so io?

Sandoval era una raccontatore di storie straordinario. Già prima aveva pensato di raccontare poi questa notte, una volta quando già tranquillamente poteva raccontare, all’abituale tavolo dei pittori al caffè Kina.

Si aprì la porta, e i sovvertitori pieni di rispetto ascoltarono, come il maggiore Mawiras-Tendal in tutta la sua altezza si presentava tra di loro.

- Quindi siamo tutti qua. Vengano dietro di me nel più grande silenzio. Che nessuno si accorga che voi siete nel palazzo.

Attraversarono i corridoi e nelle stanze, per un percorso complicato e tutto curve, che il maggiore con dovuta preoccupazione ci aveva lavorato, perché non incontrassero proprio nessuno. In tale gigantesco palazzo, come il palazzo reale di Lara, si poteva risolvere il compito con le sue antiche, abbandonate ali e i suoi edifici vicini.

Alla fine arrivarono a una scala a chiocciola.

- State attenti - disse a bassa voce il maggiore, - questa scala porta dritta a dove vive il re.

Salirono su per la scala a chiocciola, andando e fermando, imprecando l’un l’altro. Uno di loro, un uomo dall’aspetto spaventato, dai pochi capelli, solo una volta si girò verso Sandoval.

- Sono Zizigan fabbricante di scarpe.- disse completamente inopportunamente.

- Torrer commerciante di tacchi di gomma - disse Sandoval spontaneamente, perché non voleva dire la verità.

- Dica, signore mio. - bisbigliò l’altro.- concretamente che dovremmo fare, se il re...

- Faccia silenzio. - bisbigliò Sandoval molto energicamente.

La scala a chiocciola non voleva raggiungere la fine. Saliva per diversi piani, Poi una porta di ferro si aprì, e furono in una piccola stanza, nella quale ci stettero in qualche modo.

Mawiras-Tendal sparì attraverso una piccola porta. Poi un istante dopo ritornò.

- Vengano.

Entrarono in una stanza più grande, illuminata. Mawiras-Tendal indicò a ognuno il proprio posto. Erano in piedi in semicerchio davanti a una porta decorata, che si apriva da quella stanza. Sandoval nervosamente visionava tutto, come nei momenti difficili è solito l’uomo, senza quello che come si fosse dato a se stesso un numero: la gigantesca stufa di marmo, il decorato tavolo rinascimentale, sul quale non vi era nient’altro al di fuori di una gabbia e dentro un canarino, il popolare amato del re Oliver VII...

Mawiras-Tendal aprì la porta, davanti alla quale stette, tenne l’ala, e disse forte:

- Il Comandante Senza Nome.

Nella stanza entrò un uomo, a il silenzio circondando di una misteriosa aureola. Poteva essere in divisa, ma dalla divisa solo i suoi stivali e si vedeva un gallone di spesso oro , il resto si poteva solo indovinare sotto il teatrale, grande lenzuolo bianco, che lo copriva. Sul volto del Capitano Senza Nome vi era una maschera. Per qualche istante facendo silenzio guardò i cospiratori.

- Saluto i coraggiosi - disse alla fine a bassa voce e regalmente,- Tutti loro hanno giurato fedeltà a me, senza che abbiano saputo chi io sia. Per questo un particolare ringraziamento. Ora qui è il momento, è ora di rendere concrete le loro nostre idee. Tra un’ora esploderà la generale sollevazione, ad ogni dettaglio della quale abbiamo lavorato con attenzione, gli eventi con precisione dell’orario si susseguiranno. Miei signori, Loro sono penetrati nel palazzo del re.

Sandoval sentiva un piacevole tremito. Davvero, loro „erano penetrati”, come mai si può leggere, Peccato, che immaginava questa "penetrazione" molto più romanticamente. Ma era abituato che la vita non è mai colorata come le sue immaginazioni. Zizigan, così sembra, quasi sperimentava che lui era tra „coloro che sono penetrati”, e questa conoscenza lo riempiva di tale battito di cuore che era sbiancato, e dovette aggrapparsi all’appoggio di una sedia con braccioli.

- I manifestanti sfileranno davanti al palazzo. Continuò il capitano Senza Nome. No può essere precisamente contato come il popolo del palazzo si comporterà, non probi o meno a opporsi. Il Loro compito, che siano le mie guardie del corpo. Riceveranno ordini dal generale Mawiras-Tendal.

Zizigan fece un gran sospiro, e stordito si sedette su una sedia con braccioli. Il capitano senza Nome per un istante senza parola lo guardò, poi come sembra, comprese la situazione, disse così:

- Miei signori, non hanno motivo di inquietudine. Posso garantire personalmente, che nemmeno un capello sarà torto. Solo una questione davvero formale il tutto.

Zizigan disturbato si girò verso il canarino.

- Pipi, pipi - disse spento.

Il Capitano Senza Nome avrebbe riso come se avesse riso lui stesso sotto la maschera, e Mawiras-Tendal si girò via da lui. Il maggiore rimase serio, il suo volto mostrava uno schifo aristocratico-soldatesco che faceva voltare lo stomaco verso la borghesia.



- Ora li lascio a Lei - disse il Comandante Senza Nome - rimanete in silenzio e con pazienza, fino a che non tocchi a loro.



Come se ne andò a Sandoval venne in mente che quella voce e quella pronuncia gli erano famigliari. Ma in nessun modo gli riuscì di ricordare dove le aveva già sentite.

Il re Oliver andò alla stanza della regina Ortrude.

La regina già da una settimana abitava a Lara, a causa delle cose che la circondavano in buona forma mai aveva lasciato il palazzo reale, e si annoiava molto. Al contrario tanto amava Alturia e il suo popolo. I Norlandiani sempre erano attratti dai Paesi rispetto a loro più colorati, più avventurosi, e se potevano, se ne andavano di casa.

La regina Ortrude da quando era bambina aveva desiderato andare nella romantica Alturia, e ora era là, e non le permettevano di passeggiare altrove, se non nel parco del palazzo, dove non poteva vedere pescatori in costume popolare, casolari pittoreschi, danze popolari, niente del mondo di fiaba che conosceva dai libri.

La sua consolazione era che spesso poteva stare insieme a Oliver, al quale sinceramente e scioccamente era innamorata, come solo una principessa lo può essere forse.

Oliver trovò Ortrude in compagnia del barone Biker, l'ambasciatore. Baciò la mano alla sua signora, e salutò l'ambasciatore.



- Che bello che sei oggi, Oliver - disse Ortrude intenerita.

- Anche tu, Ortrude, anche tu - rispose il re divertito, e si girò verso l'ambasciatore.- Come sta, come sta, gentile barone?

- Il mantenimento della popolazione sarà sempre più problematico, Maestà. Nella periferia Mahal, come sento, si è venuti allo scontro tra l'esercito e la folla.

- Così bisogna ai soldati. Perché stanno mettendo il naso in tutto. disse il re di buon umore.

Gli studenti universitari hanno messo un cappello boero dai colori nazionali sulla testa della statua di Mawiras-Tendal, mentre sconosciuti autori catrame hanno versato la statua del generale Larcas, che ha stroncato nel sangue la rivoluzione. Si possono temere anche altre atrocità.

- So tutto, caro il nostro Birker, perché l'obbligo principale del re è di vigilare sopra la felicità del popolo. la popolazione della mia capitale concretamente inquieta, ma questo dicono, l'euforia del matrimonio calmerà totalmente li. Le consiglio comunque in questo, che vada immediatamente a casa, e si chiuda nel palazzo dell'Ambasciata. Po i farò in modo che questa notte ai soldati del mio più fidato reggimento, il dodicesimo, sorveglino il palazzo. Per favore, si affretti, tanto in tempo non cammina l'uomo.

All'ordine del re non ci si può opporre, anche se, il re è così poco serio, come Oliver VII. Biker rabbioso salutò e se ne andò.

- Ma bene, hai mandato via questo noioso uomo – disse la regina, - sennò poi mi annoio senza di te. E' orribile che ci tengano in tale prigionia. In casa tanto è successo sempre qualcosa di divertente. Una volta bisognava visitare un ospedale, l'altra una mostra di fiori aprire o una qualche associazione popolare di difesa degli animali...

- Pure io mi annoio, Ortrude, che si rallegra il pensiero. E non solo mi annoio quando sono prigioniero nel palazzo, come ora, ma anche quando mostre di fiori e associazioni in difesa degli animali inauguro per lo più.

- Perché? Io amo così tanto stare tra gli uomini...

- Anche io. Ma non così. Non sedere sul palco, e con faccia solenne invidiare quelli che possono stare giù. Vorrei esser giù, Ortrude, totalmente giù...tra gli uomini.

- Questo noi no lo possiamo fare.che direbbe di questo la corte?

- Sicuro. Dai, lasciamo. iniziando da domani tanto sarà tutto diverso.

- Oliver, quanto impaziente sei - disse la regina con sorriso felice.- MA io vorrei che fosse già domani, sul mio onore!

- A iniziare da domani sarò un altro uomo.

- Anche io.

- Va bene, anche tu. Tu perché?

- Ma Oliver! Dicono che il matrimonio nella vita di una donna significhi un gran cambiamento...

- Certo, certo...Una ragazza, cosa sa della vita? -E dimmi...hai piacere del grande cambiamento?

- Naturalmente ne sono curiosa.

- Il re fece arricciò la bocca

- Dimmi, Ortrude - chiese alla fine il re -, cosa diresti se noi domani non ci sposassimo? saresti tanto triste?

- Come se no ci sposassimo? - La regina con voce tintinnante rise - Questo non può essere.

Ma ancora...ma se si intromettesse qualcosa?

- Davvero. Cosa potrebbe succedere?

- Che ne so io. Un qualche patatrac,

- Ma Oliver..

- Diciamo, d'improvviso morisse il vescovo, che ci sposa.

- Chiameremmo un altro vescovo.

- Bene, solo dico così. Immagina, che qualcosa, che ne so io, si intrometta.

- Non immagino.

- Ma Ortrude, una cosa del genere è già successa nella storia. Pensa per esempio all'evento di re Ignazio I nel 1160.-. Che è stato quello?

- Ignazio I fu un vero prode re che andava per mare. voleva prendere per moglie Barbara, la figlia del re di Galazola. Ma spontaneamente il giorno prima del matrimonio in Galazola uscì il mare, dalle onde uscì un gran serpente di mare, e rapì la principessa. Immagina.

- E l'ha mangiata?

- Non l'ha mangiata, la portò su un'isola, e là la tenne fin quando non pagarono un riscatto per lei. Ma proprio allora in Alturia vi era una gran crisi finanziaria, che ugualmente durò per anni, fin quando non poterono pagare il riscatto.

- Ma poi si sposarono, vero?

- Nemmeno per idea. La principessa per anni visse insieme al serpente sull'isola... e il serpente nella lingua di Alturia è un parola di sesso maschile. E così la reputazione della principessa non fu impeccabile. Quindi la chiusero in un monastero.

- Ortrude rifletté profondamente. Al suo spirito ingenuo la storia mise una profonda pressione.

- Può essere che non sia tutto vero- disse alla fine.

- Può essere.. Comunque così impara ogni bambino in Alturia.


Purchase this book or download sample versions for your ebook reader.
(Pages 1-34 show above.)